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L o o p


Francesco Guccini


Canzone delle domande consuete


Ancora qui a domandarsi e a far finta di niente
come se il tempo per noi non costasse l'uguale,
come se il tempo passato ed il tempo presente
non avessero stessa amarezza di sale.

Tu non sai le domande, ma non risponderei
per non strascinare parole in linguaggio d' azzardo;
eri bella, lo so, e che bella che sei,
dicon tanto un silenzio e uno sguardo...

Se ci sono non so cosa sono e se vuoi
quel che sono o sarei, quel che sarò domani,
non parlare non dire più niente, se puoi,
lascia farlo ai tuoi occhi, alle mani...


Non andare... vai... Non restare...stai... Non parlare... parlami di te...

Tu lo sai, io lo so, quanto vanno disperse,
trascinate dai giorni come piena di fiume
tante cose sembrate e credute diverse,
come un prato coperto a bitume.

Rimanere così, annaspare nel niente,
custodire i ricordi, carezzare le età;
è uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente
del diritto alla felicità...

Se ci sei, cosa sei? Cosa pensi e perchè?
Non lo so, non lo sai; siamo qui o lontani?
Esser tutto, un momento, ma dentro di te,
aver tutto, ma non il domani...

Non andare... vai.. Non restare...stai... Non parlare... parlami di te...

E siamo qui spogli in questa stagione che unisce
tutto ciò che sta fermo, tutto ciò che si muove,
non so dire se nasce un periodo o finisce,
se dal cielo ora piove o non piove...

Pronto a dire "buongiorno", a rispondere "bene",
a sorridere a "salve", dire anch'io "come va?"
Non c'è vento stasera. Siamo o non siamo assieme?
Fuori c'è ancora una città?

Se c'è ancora balliamoci dentro stasera,
con gli amici cantiamo una nuova canzone...
tanti anni e son qui ad aspettar primavera,
tanti anni ed ancora in pallone...

Non andare... vai... Non restare...stai... Non parlare... parlami di te...
Non andare... vai... Non restare...stai... Non parlare... parlami di noi...

M o o n


moon phase
 


D i s c l a i m e r

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 07.03.2001

*

Le frasi dei titoli della stragrande maggioranza dei post nonché del titolo del blog stesso appartengono alle song del signor Francesco Guccini, che stimo, rispetto, ma soprattutto venero.

*

Il template di questo blog si vede a meraviglia così come è stato concepito dalla sottoscritta con Firefox. Anche con Explorer, nonostante come browser sia una ciofeca e consiglio caldamente di cambiarlo. E' stato testato pure su Opera e Netscape e funzia pure con questi. Per gli altri nun so proprio che farci, provate con il Lourdes, sorry.

 

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28/04/2009
tre cose tre

1.

2.




3.
questo posto non chiude, ufficialmente
i post che sono qui rimarranno qui a imperitura memoria
ma ho traslocato senza armi e bagagli
di qua:
http://marikabortolami.wordpress.com/


Scritto da Mari alle 19:01 | cose da dentro, cose di poesia | link | commenti

02/09/2008
bisogni che lo afferri fortemente che, certo, non appartenevo al mare

sedici giorni per la prima volta nel gargano, primo bilancio

cose belle: il mare cristallino, l’assenza di zanzare, i paesaggi con il sole a picco sul mare, degli spaghetti allo scoglio indimenticabili, delle orecchiette cozze e ceci ancor più indimenticabili, i taralli all’olio che sostituiscono le ciliegie, il caffè illy everywhere, la valanga di foto che ho scattato, passeggiare sulla spiaggia di notte ad ascoltare il mare

cose così così: gli umani autoctoni che mi parlano e fanno tentativi maldestri di approccio, gli umani corti corti non necessariamente autoctoni che mi parlano e tentano di farmi giocare con loro

cose che proprio no: mangiare con le posate/piatti/bicchieri di plastica per 10giorni di fila, la sabbia che s’appiccica sulla crema protezione 50, il vento freddo serale che faceva scendere la temperatura di almeno 10gradi, 950km in un solo giorno



(* Odysseus)


Scritto da Mari alle 17:42 | cose da fuori | link | commenti

17/06/2008
certe crisi son soltanto segno di qualcosa dentro che sta urlando per uscire

La vita è quella cosa che ti capita mentre sei impegnato a fare programmi, dice mio padre, mentre ceniamo. Io alzo gli occhi dal mio solito filetto di branzino bollito e insalatina condita solo con sale e limone e guardo mio padre che cita Lennon e nemmeno se ne rende conto. Non si capacita che un giorno non ci sarà più, tutto quello per cui ha lavorato fino a oggi, tutte le idee, tutti gli oggetti, tutte le soddisfazioni e le delusioni non ci saranno più. E' talmente violento come pensiero, la sua assenza fisica, che non posso nemmeno concepirlo e divento cinica, per non scoppiare a piangere, aggrapparmici al collo e dire "papà, ti prego non lasciarmi mai"
- Papà, è la vita
- Si, ma capisci? Un giorno non ci sarò più
Certo che lo capisco, dannazione, è uno dei miei incubi ricorrenti, come faccio a non capire.
Gli prendo la mano, la sua mano enorme che penzola dallo schienale, gliela afferro forte e riesco a malapena a chiudere le dita, non ci arrivano, le sue mani enormi sono sempre state "casa". Mi guarda le mani, si vedono le vene, le ossa, mi guarda preoccupato.
Ho perso 14kg in sei mesi, ho perso il controllo su tutto il resto, l'unica cosa che mi è rimasta è questo corpo, che non è mai stato così leggero, così in forma. Cotture bollite, al vapore o alla griglia, abbattimento sostanziale di carboidrati et grassi animali et vegetali, valangate di frutta e verdura e chilometri e chilometri in movimento. Ho applicato quello che mi è stato insegnato per anni. Funziona. Bisogna avere una volontà di ferro, o una gran motivazione, ma funziona.
E ora gli uomini mi si girano molto spesso a guardarmi per strada. Ciò è una gran botta per la mia autostima.
Faccio un tot di shopping, altra gran botta per la mia autostima, ma soprattutto entro in vestiti che prima vedevo solo in vetrina e guardavo da molto lontano.
La vita è un casino, quando si mette.
C'è questo vestito, nero, lungo, attillato, con due bretelline a reggerlo che non so come è finito nel mio armadio. E' uno di quei vestiti che ogni ragazza sa di avere e che non mette mai, è il vestito da sogno, quello in cui sei entrata giusto il tempo per comprarlo e poi hai preso quei chili che ti impediscono di indossare in pubblico. Ogni tanto lo prendi, lo indossi, vedi quanto ti sta male e lo rimetti nella gruccia in attesa di tempi migliori.
Che sono arrivati.
Non del tutto, ma in gran parte.
Cerco un divano che pare impossibile da trovare, cambio casa, mi aspetta un trasloco di quelli monumentali a breve e speriamo che questo tempo che pare marzo regga, che già cinque anni fa ho fatto trasloco con un caldo assassino e ho già dato grazie, ma è casa mia.
Anzi, Casa.
Così giro, mi muovo, vedo troppi umani pericolosi per il mio status da sociopatica.
E a proposito: un ringraziamento speciale a quel gran genio di umano che ha modificato la viabilità del centro storico di bologna, con l'idea fenomenale della Zona Universitaria, in modo che ora ho allungato il percorso per arrivare a casa di almeno due chilometri, producendo da sola tutto l'inquinamento che in teoria si doveva evitare con questa manovra di pedonalizzazione e facendomi spendere una vagonata ulteriore di soldi in benzina.
Complimenti davvero.



(* Vedi cara)


Scritto da Mari alle 00:18 | cose da dentro | link | commenti (1)

08/06/2008
e il nuovo giorno non arriva mai, mai e il buio è un fischio lontano che non finisce

Il mio poeta di riferimento l'aveva detto, sarà un anno orribile, per via delle suore. Le suore, diceva, ce ne sono troppe in giro per Roma, ce ne sono troppe. E poi diceva anche qualcos'altro, che ho dimenticato. Non volevo crederci, ma poi. Lui ha sempre sempre sempre ragione. Sempre.
Mentre aspettavo in colonna per entrare in parcheggio pensavo che se non stesse così lontano mi piacerebbe prenderci un the, da qualche parte, e rimanere ad ascoltarlo, e parlarci. E' uno degli umani a cui sono più affezionata, è uno degli umani che mi sta a chilometri di distanza. Ma porcoggiuda.
Oggi pomeriggio alle 17.00 in centro a Padova la media dell'età degli umani che si aggiravano per le piazze era attorno ai 17 anni. Le versioni maschili da una parte a sembrare più grandi con quegli accenni di baffi & barba, le versioni femminili a parlottare piano e vicinissime fra loro. Teneri come delle cose tenere, c'erano ormoncini che girellavano everywhere, ondate di ormoncini che spostavano quelli più grandi, quelli già svezzati. Tutta gente che avrei preferito avere a distanza siderale. Ma non era giornata. Non era la giornata nemmeno per le scarpe, oggi. 5 negozi 5 e nessuno dove ho trovato quel che volevo. Lo shopping compulsivo aiuta, oh se aiuta. La frustrazione di non shoppingare è doppia, in questo caso. Un commesso, alla mia richiesta di decoltè nero, s'è presentato con un paio di vernice fucsia. Invece di dirgli "ma davvero, pensi davvero che mi possa mettere quei cosi?" sono stata gentile. "ehm, sono un po' troppo impegnative".
La frustrazione era arrivata a livelli tali da farmi quasi comprare un completo slip et babydoll di hello kitty, rosso e nero. Quasi.
E poi cosa.
Ci sono millemila cose che sono arrivate a compimento. Una in particolare.
Sono andata in cimitero, a trovare mia nonna, due settimane fa.
Dopo appena otto mesi ho realizzato che è morta davvero.
C'era tutta una parte di me che continuava a negarlo "ma no, non è possibile, è solo tanto tempo che non vai a trovarla, vedrai che è ancora lì che ti aspetta". Una mattina semplicemente ho preso la deviazione giusta e sono arrivata al cimitero.
Neppure sapevo dov'era, ma è un cimitero piccolo, di campagna. C'era un bel sole, gli uccellini che cantavano, un meraviglioso profumo di fiori freschi. E le tombe, certo. E gli ossari e i loculi. Una bella cartolina dal cliché cimiteriale.
Ho girato per 20 minuti, non trovandola. Nel frattempo passavo uno a uno i visi di quelli morti, le date, le età, tanti vecchi, ma vecchi forte, e anche alcuni piccoli, cinque, dieci anni. Passavo una ad una e c'era una donnina padovana che mi controllava. Spazzava davanti alla tomba del morto suo, buttava i fiori secchi, puliva la foto. E mi controllava. Ma uno in cimitero che diav vuoi che faccia?
C'era solo il rumore dei pennuti che fringuettavano e dei miei tacchetti sul selciato, sul marciapiede, su quel diav di sassi nei quali affondavo abbondantemente.
Di mia nonna, nessuna traccia.
Ho pensato di desistere, occhei, non è momento. Eppoi dalla distrazione mi stavo per scatafasciare addosso a una lapide di uno con un nome assurdo, per evitarla ho piroettato di 90°. Ed eccola lì, la mia nonnina. Il suo viso, i suoi occhi. Il suo nome vicino alla foto. La foto di mio nonno, che non ho mai conosciuto e che nella mia mente è sempre stata associata al concetto di "non c'è più", le sorride accanto. Lui aveva 54 anni quand'è morto, lasciandola vedova a 48, lei oggi avrebbe compiuti 85.
Sono rimasta impietrita lì davanti per 15 minuti. Un sacco di lacrime, proprio un sacco. Eppoi le ho parlato, nella mia mente. Eppoi l'ho salutata e sono venuta via.
E' proprio morta.



(* Signora Bovary)


Scritto da Mari alle 04:14 | cose da dentro | link | commenti (3)

11/02/2008
secondo voi ma chi me lo fa fare di stare ad ascoltare chiunque ha un tiramento?

Anche i cinesi nel loro piccolo s'incazzano.

La scena è apocalittica: prenotiamo per le 21.30, arriviamo alle 21 e c'è una coda fuori dalla porta del ristorante cinese che manco per l'ultimo libro di harry potter. A. si offre come centravanti di sfondamento, va a parlare con la tizia e a chiedere numi. Ho una fame che non ci vedo e voglia di aspettare mi fa ciao ciao con la manina da lontano, ma l'idea di azzannare un raviolo al vapore mi solletica troppo.
Mezzora e tre sigarette dopo io e K. decidiamo di entrare, a vedere se con un paio di faccine pietose magari qualcosa si smuove. C'è Arcobaleno (nel sito c'è scritto così, io non c'entro), uno scriccioletto di non più di un metro e mezzo per una quarantina di chili, che dirige il movimento come un kapò nazista. Prende appunti (inutili, a quanto pare) sul quadernetto delle prenotazioni, incassa soldi, prende e distribuisce le ordinazioni per asporto, insulta in cinese i camerieri che sono lenti. Loro, poveracci, si incuneano tra i vari umani in attesa, gruppi di 2/5/10 persone che fissano insistentemente quelli seduti con un chiaro sollecito "e allora? vi muovete a mangiare? ve ne andate e liberate il tavolo?", ma la mole di gente è troppa.
Alle 22 inizio a spazientirmi, per distrarmi guardo gli umani accanto a noi. C'è una coppia, ipergriffata, ipertirata. La lei della situazione è arrivata da neppure 5 minuti e già frantuma les ballz in una varietà di modi che non sapevo manco potesse esistere. Continua a chiamare Arcobaleno "mi scusi, mi scusi", dopo che le è stato detto di aspettare due minuti. Si sposta, la insegue, si avvicina, la raggiunge alla cassa mentre quell'altra sta scrivendo e le dice
"Senti" (ma perché il tu?) "se c'è da aspettare più di 10 minuti noi andiamo, eh"
Arcobaleno neanche alza gli occhi, neanche la calcola
"Vai"
La tizia non capisce, c'è un gran caos, o magari non vuole capire, non sembra una a cui è stato detto "no" spesso nella vita
"No, dicevo, che se non c'è un tavolo nei prossimi dieci minuti me ne vado"
Arcobaleno non si scompone, strappa la ricevuta e la consegna e poi, alzando appena la voce:
"VAI"
La tizia si gira, sdegnata, richiama l'uomo parcheggiato lì vicino ed escono.

Applausi a scena aperta.
Standing ovation.
Gioco, partita, incontro.



(* L'avvelenata)


Scritto da Mari alle 03:37 | cose da fuori | link | commenti (4)

10/02/2008
la luce del giorno è un momento che irrompe e veloce è svanita: metafora lucida di quello che è la nostra vita

Apro i balconi e c'è un sole splendido, un cielo azzurrissimo.
Tira un po' di vento, di quelli che da queste parti si dice che tagli anche le orecchie, ma la sciarpa messa bene ripara a sufficienza.
Questo è uno di quei sabato mattina che ci si trova per andare in Prato, a vedere un po' le bancarelle del mercato, comprare un mazzo di fiori da disporre in centrotavola per il pranzo della domenica, a prendere una cioccolata calda nel primo bar utile, sparlare un po' della settimana appena passata, fare progetti per il sabato sera. 
E invece.
Gli occhiali da sole mi coprono gli occhi, ben bene. E non riesco a toglierli.
Anche in chiesa, anche quando mia madre mi dirà almeno tre volte di cambiarli non ci riuscirò per niente.
Io non piango davanti agli umani, non ce la faccio. "Possibile che niente ti tocca? possibile che sembri la donna bionica che non piange mai?". Gli occhiali da sole sono una delle invenzioni migliori del secolo.
Ci accoglie la sua foto, nell'epigrafe appesa fuori, in formato tessera, dove sorride appena.
Quegli occhi buoni, quegli occhi dolci.
Nonostante la mia chiesa sia parecchio grande, dentro non c'è alcun un posto libero nei banchi, la gente è in piedi in fondo. C'è un tripudio di fazzoletti, di occhi arrossati, di facce stravolte. E' un funerale, d'altronde.
I fiori sono tutti bianchi e gialli, come al loro matrimonio. Ceste, una marea di ceste con quei nastri che sono un pugno allo stomaco "mamma e papà", "la sorella", "gli amici", "i colleghi" e poi altri nomi. La più grande di tutte ha fiori solo bianchi e la appoggiano vicino al feretro. Io lo so che quella è da parte di lei. Lei , che arriva per ultima e nessuno in realtà presupponeva la sua presenza. Durante il segno di pace si stacca dal banco per andare ad accarezzare la bara. Vedova a 32 anni e incinta è un ossimoro, un'assurdità inconcepibile.
Durante la predica il prete della mia adolescenza ripercorre tutta la vita di D., dal battesimo, alla comunione, ai campiscuola, al gruppo giovani, il matrimonio, il battesimo della piccola e infine l'ultima chiamata a Dio.
Io non lo so se c'è un dio, quello dei cristiani meno che mai, ma è tutta la situazione ad essere inconcepibile. E' anche troppo semplice dire "perché? perché lui?" ma è l'unica domanda che serpeggia in giro per gli occhi che incrocio.
Occhi di un passato di una vita fa, di quando frequentavo tutti loro. C'è gente che s'è sposata, gente che s'è riprodotta, gente che ha i capelli grigi, che è ingrassata o dimagrita. Gente che non vedevo da almeno cinque/sei anni e che se non fosse stato per questo evento avrei continuato a incrociare magari per strada, ma niente più.
Mi affiorano i ricordi sepolti di lui e delle situazioni che lo riguardavano. Queste cose così definitive non le comprendo, non le accetto.
Mia madre inizia a piangere dopo 5 minuti dall'inizio della funzione e non smetterà più fino a casa.
Alla mia destra c'è il mio animatore, invecchiato, ma che mi trasmette sempre la stessa sicurezza di quindici anni fa. Mi aggiorna sulla prole, mi chiede come sto, come va. Ha sempre il sorriso dolce che tranquillizza, non l'ho mai visto segnato o turbato da quanto lo conosco. Persino lui crollerà e a metà funzione inizierà a piangere, gli era vicino, lo conosceva bene.
La piccola ha scritto un pensierino per il suo "adorato papà, che è andato a far compagnia agli angeli", sentirlo leggere è niente meno che straziante. Lei non c'è, a cinque anni hanno preferito tenerla lontana da tutto questo.
Dai suoceri arriva una lettera "tu per nostra figlia eri tutto il suo mondo e per un genitore non c'è niente di più bello che vedere la propria figlia felice", anche questa verrà letta da qualcun altro.
E' un dolore composto, forse è anche questo a rendere l'evento così straziante.
L'odore di incenso copre tutto, alla fine. Mi piace quell'odore, ma l'associazione con il contesto mi spezza il cuore. Mi spezza vedere tutte quelle famiglie distrutte. Mi spezza vedere lei così, ci si lega per un po' e poi ci si sfilaccia, la vita porta via, ma quel che si condivide rimane per sempre.
Mi assento spesso durante i vari passaggi. Mi si fissano dei dettagli, quelli che non c'entrano niente.
Le tende alle finestre della chiesa che si muovono a onda per il riscaldamento acceso. 
Quella orribile versione boteriana di maria et bambino, con il pargolo in piedi, bello rigido e compassato.
Le maniglie consumate del Montarbo a cui sono collegate le chitarre e i microfoni del coro, sempre lo stesso di 15 anni fa.
Il colore di capelli rosso assurdo della tizia davanti a me, che fa a pugni con la pelliccia fintovisone color fucsia.
Mia madre ogni tanto si aggrappa, ogni tanto le accarezzo le mani, le passo pacchetti di fazzoletti.
L'adesivo sul finestrino della mercedes nuova dell'impresa funebre dove è adagiato il feretro prima di andare in cimitero.

Eppure c'è un cielo splendido, fuori.



(* Autunno)


Scritto da Mari alle 02:28 | cose da dentro | link | commenti

06/02/2008
ed io mi sento solamente un punto lungo la retta lucida e infinita di un meccanismo immobile e presunto

- non la usi? me la presti quella maglia?
- tieni... fa un freddo cosmico, se non se la piantano di portarci in queste case senza riscaldamento denuncio la parrocchia per molestie su minori
- è un camposcuola, che ti pretendi
- sono stronza, va bene?


- dici che mi abbia vista?
- certo, in mezzo a quarantasette persone con motorini e biciclette spicchi proprio eh, soprattutto dall'alto del tuo metro e cinquanta
- ma mi ha guardata!
- per quanto? mezzo secondo?
- no no! un minuto!
- ma tutto intero?
- è troppo grande lo so, ma non ci posso fare niente, mi piace così tanto
- ma no, cinque anni non sono tanti... è simpatico e carino... non sta grande cima... ma ha anche la macchina, potrebbe tornare utile

- sei proprio stronza
- è un lavoro difficile



- hai sentito? si sposano
- maddai, ma davvero? alla fine ce l'ha fatta

- si, c'ha la testa dura, lei. l'ha tampinato finché ha ceduto
- ma no, l'ho visto io, la guardava da sempre, era dolce



- hanno avuto una bambina
- una sola? quando l'ho vista pensavo fossero almeno 5 da quanto rotolava

- ma era all'ottavo mese, poveraccia!
- e vabbè, ma stava raggiungendo la forma tonda!

- sei proprio stronza
- dove l'ho già sentita



- hanno cambiato casa, si sono decisi ad accendere un mutuo, aveva più senso
- beh, invece di buttare i soldi in affitto... comprensibile
- un appartamento, prima periferia, non lontano da qui
- beh, così possono sganciare la piccola dai rispettivi nonni, utile

- sei proprio stronza
- occhei, lo prendo come un complimento



- ho una brutta notizia
- ma una bella ogni tanto pare brutto? così tanto per cambiare e vedere l'effetto che fa?

- ieri sera lui ha avuto un infarto
- no. non è possibile. a 37 anni?
- aveva detto che stava male, lei ha chiamato l'ambulanza, sono arrivati i paramedici e lui è svenuto e poi morto davanti a loro. hanno provato a rianimarlo per un'ora e mezza... capirai... con lei in quello stato
- quale stato?
- non lo sai? è incinta, nasce a maggio
- ...
- la piccola non fa che chiedere del padre... a cinque anni non capisce perché non c'è...
- ...
- e ora è un casino anche col mutuo... poveraccia, una famiglia devastata...
- ...
- niente cattiverie da dire stavolta?
- ...



Ho finito le parole.
Ciao D.


(* Vite)


Scritto da Mari alle 22:57 | cose da dentro | link | commenti

01/02/2008
la tua libertà cercala, che si è smarrita

Se ne sentiva la mancanza, forse.
C'è la necessità di una versione italiana di Obama, di qualcuno che porti una ventata di speranza e di novità in questo paese dove un giorno sì e uno anche in tv ci sono i soliti noti (di vedere i faccioni di Fassino, Rutelli, Casini, Fini io davvero non ne posso più) che propinano discorsi sentiti millemila volte del "è colpa tua, no tua".
Ci dovrebbe essere qualcuno che porti freschezza, che porti magari le stesse idee riciclate, ma con parole nuove, che mi faccia ancora credere che andare a votare abbia un minimo di senso, raccontatemi un mondo utopico, ma raccontatemelo bene, che altrimenti mi sento solo una povera imbecille che va a perdere tempo per mettere una X invece di stare a casa a guardare l'erba che cresce.
Dicono l'antipolitica, eh, l'antipolitica è il Male, allontana, ma porcoggiuda, ditemi voi che speranza posso avere se Santoro con domanda diretta a Michele Vietti, vicesegretario dell'UDC, "candiderete Cuffaro?" la risposta che arriva è dopo mille premesse è "nulla osta..." come nulla osta? certo che osta, buffone, è stato condannato a cinque anni in primo grado, se non si fosse dimesso sarebbe stato sbattuto fuori dai pubblici uffici, il Senato della Repubblica non è considerato tale, va bene, ma è un circolo privato a parte? Vogliamo avere un minimo di morale in tutto questo. Non dico tanto, giusto un minimo tanto da non farmi sentire platealmente presa in giro.
E allora datemi delle facce nuove, anche delle regole nuove come vi pare, perché io nella Politica, intesa come la teoria e la pratica per il governo del paese ho fiducia. Ho fiducia in un popolo che democraticamente elegge i propri rappresentanti e questi poi s'adoprino per mandare avanti la baracca-italia, con tutte le sue contraddizioni, i suoi difetti e i suoi pregi.
Datemi qualcuno in cui sperare.
Se ne sente la mancanza, decisamente.
Ma non di una Cosa Bianca, una Rosa Bianca, un Cespuglio Arancione, un Platano Blu.
Di questi due che si uniscono e diventano quattro CC... per fare cosa? L'ennesimo partitino dagli 0.000e rotti voti? E magari nel frattempo qualcuno glielo dica, che nemmeno nel nome sono nuovi e/o originali.
Ecco, di questi due, proprio no.



(* La tua libertà)


Scritto da Mari alle 04:16 | cose da fuori | link | commenti (1)

30/01/2008
ma questo è soltanto uno scherzo di quello che giova in salute

Ultimamente ho sviluppato una sorta di dipendenza per i due canali culinari di sky "raisat gambero rosso" e "alice". Sono assolutamente affascinata dai vari chef che si avvicendano tentando di spiegarmi quant'è facile, quant'è economico, quant'è veloce cucinare dei piatti che all'apparenza si presentano molto gustosi. Rimango inchiodata al video come una falena alla luce e una qualche ricetta l'ho pure provata, con gran soddisfazione.
Nessuno si avvicina però allo sconcerto che provo quando compaiono i programmi importati dagli altri paesi: Michael Smith, canadese e Andreas Viestad, norvegese. Entrambi riescono a farmi passare automagicamente ogni infimo stimolo di fame, sono un aiuto prezioso per farmi seguire quella sottospecie di dieta che sto seguendo.

Andreas presenta piatti tipici della cucina norvegese, facendo vedere anche dei paesaggi mozzafiato dei fiordi. L'unica parte della scandinavia che mi manca è proprio il suo paese, l'intenzione di andarci c'è tutta. Un po' meno per gli abbinamenti di carne (l'ultimo prevedeva petto di quaglia con un concentrato di succo di mela) un po' di più per il salmone cotto in millemila modi diversi. Di quest'ultimo ho un ricordo particolamente vivido e nostalgico della versione finnica et svedese, suppongo che il cugino sia ugualmente eccezionale.
Sono rimasta particolarmente shockata quando ha presentato l'astice al dragoncello. Non tanto per l'abbinamento in sé, ma per l'efferatezza e la precisione della mannaiata alla testa improvvisa che ha dato ad un povero astice vivo.
"This has been proven to be the most humane way of killing crustaceans. Holding the lobster on a cutting board, plunge the knife into the head. Then pull the knife down and forward, splitting the front of the head in two; this kills the lobster instantly", ha avuto il coraggio di aggiungere.
Finora mi sono sempre approcciata all'uccisione dell'astice con un'indifferenza pilatesca: prendere una pentola con un tot d'acqua, portare ad ebollizione con coperchio, dare un addio composto all'astice che muove le zampette, aprire il coperchio, tuffarci l'animale e chiudere il coperchio.
Ripeto da sempre che le cose brutte è meglio non saperle.
Pensare di ghigliottinarlo per lungo è un'opzione che non rientra nei miei parametri, sarà umano per lui ma non credo di potermi riprendere dal trauma. Complimenti davvero a chi ce la fa.

Michael in particolare, con il programma Chef at home, è niente meno che posseduto dallo spirito degli abbinamenti carambolati. Nell'ultima puntata c'era una versione artistica della "polenta" che mi ha lasciata esterrefatta. Sono padovana, sono nata e cresciuta in una famiglia dove la polenta era presente praticamente una settimana sì e una anche, dove mia madre arriva a scofanarsi piatti interi di polentina bianca morbida e mio padre impazzisce per quella gialla abbrustolita con un po' di formaggio. Io vado pazza per quella gialla morbida abbinata al pesce fritto, specie quello piccirillo di laguna. Uno dei ricordi più vividi di mia nonna è di quando rimaneva in cucina a mescolare, mescolare, mescolare mentre io la aspettavo con i piatti pronti per essere riempiti. La polenta dalle mie parti è una religione e non si scherza.
Sentire una versione che comprende lo sbattere in una casseruola un soffritto di cipolla e aglio aggiungere mais alla panna (!), brodo di pollo (!!), aspettare la bollitura per aggiungere la farina di mais, mescolare un po' e poi mettere la pentola con il coperchio in forno per finire la cottura (!!!) mi lascia priva di ogni possibile commento.
Esterrefatta.
E senza manco un briciolo di fame.



(* I fichi)


Scritto da Mari alle 08:42 | cose dalla scatola tv | link | commenti

28/01/2008
nel freddo giorno d'inverno e adesso sono nel vento, adesso sono nel vento

FUGA DI MORTE

di Paul Celan


Nero latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo al meriggio, al mattino, lo beviamo la notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
lo scrive e va sulla soglia e brillano stelle e richiama i suoi mastini
e richiama i suoi ebrei uscite scavate una tomba nella terra
e comanda i suoi ebrei suonate che ora si balla

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino, al meriggio ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

Egli urla forza voialtri dateci dentro scavate e voialtri cantate e suonate
egli estrae il ferro dalla cinghia lo agita i suoi occhi sono azzurri
vangate più a fondo voialtri e voialtri suonate che ancora si balli

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al meriggio e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca coi serpenti
egli urla suonate la morte suonate più dolce la morte è un maestro tedesco
egli urla violini suonate più tetri e poi salirete come fumo nell’aria
e poi avrete una tomba nelle nubi lì non si sta stretti

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al meriggio la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e al mattino beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
egli ti centra col piombo ti centra con mira perfetta
nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
egli aizza i suoi mastini su di noi ci dona una tomba nell’aria
egli gioca coi serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco

i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith



(* Auschwitz)


Scritto da Mari alle 04:34 | cose da dentro, cose di poesia | link | commenti (2)

 

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